Nelle conclusioni presentate il 21 maggio 2026 nella causa C-203/25 (“Conclusioni”), Neo Group, l’Avvocato generale Kokott affronta un tema particolarmente delicato nell’applicazione della Direttiva madre-figlia, ovvero se l’esenzione da ritenuta alla fonte possa essere negata anche quando i dividendi siano distribuiti a una società madre unionale che, sotto il profilo sia formale sia economico, ne è effettivamente la destinataria. La soluzione proposta è di particolare rilievo sistematico. Pur affermando che, in linea di principio, la qualità di beneficiario effettivo della società madre esclude l’abuso, l’Avvocato generale ritiene che ciò non valga in assoluto, ove la distribuzione infragruppo si inserisca in una struttura organizzativa d’insieme non genuina, diretta a sottrarre il beneficiario finale alla tassazione. Le conclusioni spostano così l’attenzione dalla sola posizione della percettrice immediata alla verifica dell’intera architettura distributiva e del suo esito fiscale complessivo. Il caso La società lituana Neo Group UAB (“Neo”) aveva distribuito, negli anni 2016 e 2017, dividendi alla propria controllante cipriota (“Retal”), applicando il regime di esenzione dalla ritenuta alla fonte previsto dalla normativa nazionale di recepimento della Direttiva 2011/96/UE (“Direttiva MF”). Secondo l’amministrazione finanziaria lituana, tuttavia, tali flussi facevano parte di una sequenza più ampia di operazioni, al termine della quale gli utili sarebbero stati trasferiti alla persona fisica posta al vertice del gruppo (“PG”), non residente in Lituania, attraverso la Retal, effettivamente esercente un’attività d’impresa, e una seconda società cipriota apicale (“PHH”), controllante di Retal e a sua volta interamente posseduta da PG[1]. Alla luce di quanto precede, il giudice del rinvio poneva le seguenti sei questioni pregiudiziali: Le disposizioni unionali applicabili Sul piano unionale, gli obiettivi e la ratio della Direttiva MF sono precisati nei considerando 3, 4 e 6 e nello specifico: Tuttavia, è la stessa Direttiva MF che pone un limite all’applicazione dell’esenzione prevedendo, all’art. 1, paragrafi 2 e 3, una clausola generale antiabuso che così recita: “2. Gli Stati membri non applicano i benefici della presente direttiva a una costruzione o a una serie di costruzioni che, essendo stata posta in essere allo scopo principale o a uno degli scopi principali di ottenere un vantaggio fiscale che è in contrasto con l’oggetto o la finalità della presente direttiva, non è genuina avendo riguardo a tutti i fatti e le circostanze pertinenti. Una costruzione può comprendere più di una fase o parte. 3. Ai fini del paragrafo 2, una costruzione o una serie di costruzioni è considerata non genuina nella misura in cui non è stata posta in essere per valide ragioni commerciali che riflettono la realtà economica”. La ratio della clausola generale antiabuso è chiaramente delineata nel considerando 8 alla Direttiva 2015/121/UE che ha modificato la Direttiva MF. “È opportuno che gli Stati membri usino la clausola antiabuso per combattere le costruzioni che sono, nella loro totalità, non genuine, ma possono anche esserci casi in cui singole fasi o parti di una costruzione sono, isolatamente considerate, non genuine. Gli Stati membri dovrebbero poter usare la clausola antiabuso anche per combattere tali fasi o parti specifiche, fatte salve le restanti fasi o parti genuine della costruzione”. I principi espressi dall’Avvocato generale Muovendo da tali premesse in fatto e in diritto, dal paragrafo 36 delle Conclusioni, viene sviluppata l’analisi giuridica del caso in esame che, in estrema sintesi, verte su un punto chiave: se, nel caso concreto, ricorra la fattispecie di abuso di cui all’art. 1, par. 2, della Direttiva MF. La scansione dell’analisi si distingue in quattro nuclei: Con riguardo alla prima questione, Kokott muove dal dato normativo dell’art. 1, paragrafo 2, della Direttiva MF e ricorda che il diniego del beneficio presuppone due condizioni cumulative: (i) l’esistenza di una costruzione non genuina, identificabile nella misura in cui la costruzione non sia stata realizzata per “valide ragioni commerciali” che riflettono la realtà economica (paragrafo 3) e (ii) il perseguimento di un vantaggio fiscale in contrasto con l’oggetto o la finalità della Direttiva MF. Il punto decisivo, secondo l’Avvocato generale, è proprio il secondo presupposto. La clausola antiabuso, infatti, non è diretta a colpire qualsiasi assetto fiscalmente vantaggioso o anche solo artificioso, ma soltanto le costruzioni volte a conseguire un vantaggio fiscale contrario alla ratio della direttiva. Pertanto, nelle conclusioni si riporta che: “51. Secondo l’impianto sistematico della direttiva madre-figlia, gli utili di un gruppo societario sono dunque assoggettati, in linea di principio, all’imposta sul reddito delle società soltanto al momento della loro produzione presso la società figlia, mentre soltanto la distribuzione «finale» effettuata dalla società capogruppo a favore del proprio socio persona fisica è soggetta, a titolo di reddito di capitale del medesimo, all’imposta sul reddito delle persone fisiche. 52. La neutralità fiscale perseguita con riguardo alle distribuzioni infragruppo si fonda pertanto sul presupposto che lo Stato – o gli Stati -nel quale ha luogo la distribuzione «finale» da parte della società capogruppo ai propri soci eserciti la propria sovranità fiscale assoggettando tale distribuzione a imposizione. Tuttavia, la direttiva madre-figlia non disciplina né prescrive le modalità secondo cui tale distribuzione «finale» debba essere tassata”. Su tale base, l’Avvocato generale chiarisce che l’abuso ricorre, in via tipica, quando gli elementi costitutivi della fattispecie cui la Direttiva MF collega l’esenzione risultino soddisfatti solo pro-forma, cioè quando il soggetto che beneficia del vantaggio fiscale non sia, in realtà, quello che la Direttiva MF intende tutelare. È questo il caso, ad esempio, della società madre meramente interposta, che riceve formalmente i dividendi ma non ne costituisce il reale destinatario economico. Per contro, se gli elementi della fattispecie ricorrono anche sotto il profilo economico (i.e. il percettore dei dividendi ne è il beneficiario economico), deve di regola presumersi l’assenza di abuso. Ancora, in tale situazione, non può essere desunta una costruzione non genuina sulla base della mera circostanza che la società madre beneficiaria effettiva proceda, a sua volta, alla ridistribuzione dei propri utili (comprensivi dei dividendi percepiti (par. 63 delle Conclusioni). In particolare: “64. Il ritrasferimento dei dividendi all’interno di un gruppo societario a favore della società madre controllante, la quale successivamente distribuisca i propri utili a una o più persone fisiche, corrisponde piuttosto al normale funzionamento economico di una società di capitali. È, infatti, nella natura stessa della società di capitali produrre utili e distribuirli ai propri soci”[2]. Tale principio, tuttavia, non ha carattere assoluto ed è qui che si colloca il passaggio centrale delle Conclusioni. Secondo Kokott, può eccezionalmente sussistere abuso anche quando la società madre sia il beneficiario effettivo dei dividendi, qualora la distribuzione dalla figlia alla madre, pur corrispondendo, isolatamente considerata, alla realtà economica, costituisca parte integrante di una struttura organizzativa d’insieme abusiva. Ciò dipende dal fatto che, ai sensi dell’art. 1, paragrafi 2 e 3, della Direttiva MF, una costruzione può comprendere più fasi o parti, e anche solo singole componenti della medesima possono risultare non genuine, purché sussista un nesso finalistico tra quella componente e il vantaggio fiscale perseguito contrario alla Direttiva MF: “74 […] In altri termini, un abuso della direttiva madre-figlia può sussistere qualora la distribuzione dalla società figlia alla società madre, pur corrispondendo, se considerata isolatamente, alla realtà economica, costituisca parte integrante di una struttura organizzativa d’insieme abusiva”. In questa prospettiva, l’abuso può consistere nel fatto che la Direttiva MF viene sfruttata per generare, a favore del beneficiario finale persona fisica, redditi che risultino sottratti alla tassazione finale mediante ulteriori operazioni. L’esempio richiamato dall’Avvocato generale è proprio quello di una struttura che, pur transitando per una società madre realmente esistente e operativa, venga utilizzata per impedire allo Stato competente di assoggettare a imposizione la distribuzione finale degli utili. Secondo le Conclusioni: “76. Una costruzione del genere contraddice, infatti, il presupposto sul quale si fonda la direttiva madre-figlia. Come già osservato, detta direttiva presuppone che lo Stato nel quale ha luogo la distribuzione «finale» possa esercitare la propria sovranità fiscale assoggettando tale distribuzione a tassazione (v. supra, paragrafo 50). Qualora tale possibilità venga elusa e l’imposizione della distribuzione «finale», prevista dall’ordinamento, sia vanificata, risulterebbe contrario alla finalità della direttiva concedere il vantaggio fiscale da essa previsto”. Muovendo da questa impostazione, Kokott affronta poi congiuntamente la terza e la quarta questione. In sintesi, ci si chiede se possa rilevare, ai fini dell’abuso della Direttiva MF, una costruzione non genuina realizzata in un altro Stato membro (i.e. diverso da quello di applicazione dell’esenzione) e se la tassazione alla fonte possa essere giustificata anche quando il vantaggio fiscale emerga solo nell’ultimo segmento della catena, in capo al beneficiario finale. La risposta dell’Avvocato generale è netta nel metodo: ciò che conta non è il luogo in cui si colloca la singola fase artificiosa, ma il suo collegamento finalistico con il vantaggio fiscale ottenuto grazie alla Direttiva MF. Proprio perché la clausola antiabuso impone di considerare tutti i fatti e le circostanze pertinenti, non si può escludere in astratto che anche operazioni realizzate in un altro Stato membro rilevino ai fini del giudizio di abuso. Tuttavia, Kokott introduce qui una precisazione importante: se la presunta costruzione non genuina riguarda il diritto tributario di un altro Stato membro, occorre verificare con particolare attenzione se essa sia davvero priva di valide ragioni commerciali e se il vantaggio fiscale perseguito sia effettivamente contrario alla ratio della Direttiva MF. In questa chiave, le Conclusioni segnalano che le operazioni realizzate nel caso di specie non sembrano prive di “valide ragioni commerciali”, attribuendo comunque la responsabilità di tale valutazione alla Commissione tributaria remittente. La seconda e la quinta questione sono invece risolte in senso negativo. La Commissione tributaria chiedeva se la sostanziale coincidenza tra gli importi distribuiti lungo la catena e la prossimità temporale tra percezione e successiva redistribuzione dei dividendi potessero costituire indici, o addirittura requisiti, della sussistenza dell’abuso. Nel caso in esame, poiché il mero ritrasferimento dei dividendi non costituisce di per sé una costruzione non genuina, né la coincidenza quantitativa degli importi né la loro vicinanza temporale possono assumere valore decisivo o costituire requisiti autonomi dell’abuso. Si tratta, al più, di circostanze fattuali da valutare nel contesto complessivo dell’operazione, ma non di elementi che consentano, da soli, di qualificare la struttura come abusiva[3]. Infine, con riguardo alla sesta questione, l’Avvocato generale affronta il profilo soggettivo dell’abuso. Poiché l’art. 1, par. 2, della Direttiva MF richiede che la costruzione sia stata realizzata allo scopo principale o a uno degli scopi principali di ottenere un vantaggio fiscale, l’accertamento dell’abuso implica anche una valutazione dell’elemento finalistico. In questa prospettiva, osserva Kokott, assume rilievo anzitutto la conoscenza del soggetto che ha assunto la decisione relativa alla costruzione considerata abusiva. Il punto, dunque, non è tanto la posizione del pagatore dei dividendi in quanto tale, quanto la possibilità di collegare a un determinato centro decisionale la consapevolezza e la finalità dell’assetto contestato. Conclusioni Le Conclusioni assumono particolare rilievo perché chiariscono che, ai fini dell’applicazione della clausola antiabuso della Direttiva MF, la qualità di beneficiario effettivo della società madre non esaurisce di per sé l’analisi. Il punto decisivo resta, piuttosto, la verifica se la distribuzione infragruppo si inserisca in una costruzione complessiva non genuina, idonea a frustrare la finalità della Direttiva MF che guarda e fa salva la tassazione del primo e dell’ultimo anello della catena partecipativa. Ne emerge un approccio più ampio e sostanziale, che impone di tenere in considerazione non soltanto il percettore immediato dei dividendi, ma l’intera architettura dell’operazione. In questo senso, le conclusioni offrono un’indicazione sistematica di rilievo, destinata verosimilmente a incidere sul futuro perimetro applicativo della clausola antiabuso in materia di dividendi infragruppo. D.R. e A.L. [1] Secondo la ricostruzione dell’amministrazione finanziaria lituana, PPH risultava debitrice verso PG per il prezzo di acquisizione della Retal e, contestualmente, sua creditrice per effetto di finanziamenti concessi e di crediti ceduti a PG per importi complessivamente corrispondenti ai flussi di dividendi ricevuti. Tali poste sarebbero poi state compensate, in assenza di distribuzione di dividendi da parte di PPH. In particolare, l’amministrazione finanziaria lituana sosteneva che l’acquisizione della partecipazione nella Retal e l’esposizione debitoria della PPH nei confronti di PG sarebbero stati costruiti meramente pro forma, al solo fine di creare l’apparenza che i dividendi distribuiti dalle società lituane operative fossero stati destinati alla copertura di tali passività. Diversamente, la Neo avrebbe perseguito l’obiettivo di eludere l’imposta gravante sui dividendi distribuiti (cfr. Conclusioni, paragrafi 26-31) [2] Né a diversa conclusione, secondo la ricostruzione dell’Avvocato generale, può giungersi sulla base degli argomenti contenuti nelle sentenze relative ai c.d. Danish Cases, dal momento che, in quei casi, aveva assunto rilievo decisivo la presenza di una società interposta (alias, non beneficiaria economica) percettrice dei dividendi. [3] Anche qui vengono citati i Danish Cases ritenendoli tuttavia non conferenti in ragione della presenza, nel caso in esame, di una società-madre beneficiaria effettiva dei dividendi.